www.formulapassion.it 11 agosto 2015

Nestore Morosini

Leggendo “I cattivi del circus”, identificabili con Pastor Madonado e Romain Grosjean, mi sono tornati in mente i primi anni della carriera di Riccardo Patrese. Allora non c’erano punteggi di penalizzazione sulla patente sportiva, quando qualcuno commetteva una scorrettezza in pista veniva giudicato dal comitato piloti che, nel 1978, era composto da Niki Lauda, Emerson Fittipaldi, James Hunt, Mario Andretti e Jody Scheckter. In quel 1978, a Monza ci fu il terribile incidente in partenza che costò gravi ferite a Ronnie Peterson il quale, durante la notte seguente l’incidente, venne operato all’ospedale milanese di Niguarda ma morì per un’embolia lipidica.

Dell’incidente fu incolpato Riccardo Patrese, il quale in partenza era scattato sulla destra oltrepassando la linea di demarcazione della pista rientrando, poi, per affrontare la chicane. Dalla prima variante in cui mi trovavo (dietro il guard rail) udii il botto e vidi il fuoco che si levava. Con i colleghi, corsi a perdifiato, mentre gli agenti della PS cercavano di fermarci. Vidi Ronnie Peterson su una barella che veniva caricato sull’ambulanza. Nel mio ricordo, Ronnie agitava la mano destra come per dire agli spettatori che tutto andava bene. Invece no, a Niguarda gli furo o riscontrate sette fratture alla gamba sinistra e quattro alla gamba destra. Fu operato nella notte, pare contro l’opinione di alcuni medici svedesi. Ronnie morì per embolia lipidica e ci furono polemiche nei confronti dello staff medico dell’ospedale milanese.

Dalla ripresa televisiva, effettivamente si vedeva l’Arrows di Patrese rientrare nel gruppo dei piloti: ma lo schiacciamento del teleobiettivo non poteva consentire di affibbiargli eventuali colpe. Come invece fu fatto. Riccardo fu subito preso di mira dal comitato piloti, specialmente Lauda e Hunt si accanivano contro il padovano. Intanto la procura della Repubblica aveva aperto un’inchiesta sull’accaduto. Nell’incidente, rimase ferito anche Vittorio Brambilla colpito da una gomma alla testa mentre viaggiava a 180 orari. Lo andai a trovare, una settimana dopo, con Patrese e Tino Brambilla che guardando il fratello piangeva come un bambino. “Vittorio – diceva il Tino – potevi restarci”, e lo abbracciava. E Vittorio replicava: “Tino, non piangere. Hai visto che ho la testa dura!”. Poi sentii Patrese che spiegava a Vittorio Brambilla la propria versione dei fatti. E lì mi convinsi che Riccardo fosse innocente. Chiamai Marcello Sabbatini, direttore di Autosprint: anche lui era convinto che le cose non fossero andate come diceva il comitato piloti. E decidemmo di tenere una linea innocentista, lui su Autosprint e io sul Corriere della Sera.

Si andò in Canada, e Patrese si classificò quarto. Si passò a Watkins Glenn, per il GP Usa Est, e i membri del comitato piloti, eccettuato Jody Scheckter consigliato dalla Ferrari con cui aveva già il contratto per il 1979, emisero un comunicato in cui si dichiarava che se Riccardo Patrese fosse stato ammesso alla corsa essi non sarebbero scesi in pista. Gli organizzatori statunitensi cedettero. L’italiana CSAI affermò che gli organizzatori, con questa decisione, si ponevano al di fuori della legittimità dell’ordinamento sportivo internazionale mentre il quotidiano britannico The Guardian definì l’esclusione una “malefica maniera per trovare un capro espiatorio”. La Commissione Sportiva Internazionale intimò agli organizzatori di ammettere alla gara Patrese, pena la perdita di valenza, per il gran premio, di gara valida per il campionato mondiale. I piloti del comitato, tranne ancora Scheckter, minacciarono di nuovo il boicottaggio in caso di presenza del padovano. Intervenne Bernie Ecclestone che a sua volta minacciò l’Arrows di non accettare l’iscrizione alla FOCA – che distribuiva gli introiti dei diritti televisivi e degli ingaggi fra le scuderie – per il 1979 se avesse deciso di far correre Patrese. E l’Arrows ritirò l’iscrizione di Riccardo dalla gara.

La mattina dopo, sul giornale locale spiccavano due titoli a tutta pagina. Nel primo, di apertura: “È morto Papa Luciani”. Se secondo, di taglio: “Patrese non correrà al Glenn”.

Tornato in Italia, Patrese fu accusato di omicidio colposo, contro lui puntarono il dito specialmente Arturo Merzario e James Hunt. Alberto Librizzi, Commissario CSAI, depone in suo favore: aveva assistito all’incidente da vicino. Con Marcello Sabbatini cominciammo a cercare documenti che mostrassero l’innesco dell’incidente. I fotografi presenti alla Torre Fiat, da dove si dominava l’ingresso della prima variante di Monza, dissero di non avere nulla: né foto, né filmati. Ci sembrò impossibile che la partenza di un gran premio così importante, come quello d’Italia, non fosse stata ripresa. Avevano venduto a qualcuno che aveva comprato tutto. Ma Sabbatini, attraverso una ricerca fra i lettori del suo giornale, alla fine riuscì a trovare una foto significativa dove si vedeva l’Arrows di Patrese, al momento del rientro in pista dopo il superamento della linea bianca, ben distanziata dalla Lotus di Peterson.

Dopo tre anni di patimenti, grazie anche alla costanza di due amici giornalisti, da una documentazione resa nota all’improvviso nel 1981, Riccardo Patrese venne assolto in tribunale per non aver commesso il fatto. Del quale, invece, venne accusato James Hunt: i filmati misero in evidenza come fosse stato lui a innescare l’incidente di Monza. Si capì, allora, perché Hunt fosse stato sempre il più accanito accusatore di Patrese.

Ho sempre avuto il convincimento, epperò mai la prova, che fosse stato Bernie Ecclestone a tirar fuori tutta la documentazione che scagionava Patrese. Ma perché, al Glenn, Bernie aveva obbligato l’Arrows a non iscrivere Riccardo nel GP Usa Est? Sicuramente per non far perdere alla gara, come aveva minacciato la Federazione Internazionale, la sua valenza iridata. Ma promettendo a Riccardo (pilota che a Bernie era sempre piaciuto molto) un patrocinio, pur indiretto, atto a scagionarlo dall’accusa di aver innescato l’incidente che portò alla morte Ronnie Peterson. Il convincimento si rafforzerà quando alla fine del 1981 Ecclestone ingaggiò Riccardo Patrese per correre nella stagione seguente con la Brabham, insieme a Nelson Piquet.

Ho sempre pensato che a causargli tanti grattacapi sia stato il difficile carattere di Riccardo, e la sua appartenenza a una scuderia di secondo piano. A fine 1977, Ecclestone aveva offerto a Patrese di fare la seconda guida alla Brabham Alfa con Lauda. Con orgoglio eccessivo, Riccardo commise un errore rispondendo: “Io non faccio il secondo neppure a Lauda”. E con Lauda era poi andato Nelson Piquet, due volte iridato con la squadra inglese. Il secondo errore lo commise a fine 1979, quando Williams gli chiese di entrare nella sua scuderia che sarebbe stata sponsorizzata Fly Saudia. Patrese preferì restare in Arrows e Williams ingaggiò Alan Jones che vinse il mondiale 1980. Con Brabham e Williams, Riccardo Patrese corse in seguito nove stagioni (rispettivamente quattro e cinque) vincendo sei gran premi, fra cui quello di Montecarlo. Se avesse accettato di correre nel 1978 con la Brabham al fianco di Lauda difficilmente avrebbe avuto le difficoltà che ebbe con l’Arrows.