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Masters DegreeIn questa serie di articoli, autosport.com parla con i piloti della serie Masters – si parla dei vecchi tempi, del nuovo campionato e della loro passione per le corse. Questa settimana: Riccardo Patrese e gli strascichi del GP d’Italia 1978. Di Tim Redmayne Autosport.com – responsabile servizi internazionali
Rispetto
Fonte: dictionary.com Nel 2006, per adesso, Riccardo Patrese rimane il più esperto pilota di F1 di sempre. E questo richiede rispetto. Michael Schumacher, nel caso non si dovesse ritirare alla fine dell’anno, potrebbe eclissare il record dell’italiano di 256 Gran Premi nel 2007, ma almeno per ora, Patrese mantiene questo primato. “Ho corso in F1 per 17 anni”, dice l’italiano. “Ho fatto un lavoro di qualità. Non si corre per 17 anni se non si rimane a un buon livello.” L’uomo ha certamente ragione. Non solo ha corso in Formula 1 per 17 anni, ma è stato al top per la maggior parte del tempo – sono passati undici anni dalla sua prima vittoria al GP di Monaco del 1982 all’ultima al GP del Giappone del 1992. Naturalmente, nel frattempo era diventato uno dei più rispettati piloti in griglia. Tuttavia, dopo il GP d’Italia del 1978, i suoi colleghi di rispetto gliene diedero ben poco. A partire dal suo debutto in F1 nella precedente stagione, Patrese si era costruito una reputazione di pilota veloce ma imprevedibile, con la Shadow e la Arrows. Alla partenza della gara di Monza, fu coinvolto in un incidente con James Hunt e Ronnie Peterson, il quale morì, 24 ore dopo, a causa di complicazioni chirurgiche. Al momento, l’incidente causò grida di scandalo tra i colleghi di Patrese, e un gruppo di loro riuscì a convincere la direzione di gara di Watkins Glen a rifiutare la sua iscrizione alla gara, come forma di giustizia sommaria. Fu poi dimostrato e riconosciuto da molti osservatori che Patrese non aveva colpe, ma dovette comunque convivere con una cattiva nomea. “Avevo solo 24 anni”, dice Patrese. “Me la sono cavata perchè ho un carattere combattivo, e alla fine ho mantenuto il mio status per molti anni. “Fu molto dura e li avevo tutti contro, specie i cinque campioni del mondo, erano tutti lì – [Mario] Andretti, Hunt, [Emerson] Fittipaldi, [Jody] Scheckter e [Niki] Lauda. Sai, essere un ragazzo appena arrivato in F1 e trovarsi tutta questa gente che ti urla contro, non era facile. “Fecero una cosa del tutto sbagliata nel modo sbagliato. La federazione [FISA] non aveva problemi con me. Erano solo i piloti che erano scontenti del mio comportamento e si diedero da fare.” “Dissero che ero responsabile dell’inciednte, ma alla fine fu evidente che non avevo colpe. Fecero cose molto brutte contro un giovane pilota che stava muovendo i primi passi. Penso che esagerarono.” Patrese ricorda bene la battaglia di quei giorni. É un convinto sostenitore della teoria secondo cui allora era più difficile entrare in F1 e rimanerci di quanto lo sia oggi. “Mi ricordo la prima sessione di prove quando mi arrivavano addosso molto veloci,” ricorda. Non erano molto educati, gesticolavano, mi mettevano molta pressione. A parte quello ebbi il problema dell’incidente di Monza, non fu facile consolidare la mia posizione in F1.” Ci vollero 72 gare per ottenere la prima vittoria – che è niente paragonato alla lunga carestia di Jenson Button e Nick Heidfeld. Ma egli ritiene che a quel punto l’atteggiamento dei suoi colleghi iniziò a cambiare. “Le cose migliorarono, la gente divenne più gentile. Come Emerson Fittipaldi. Un giorno mi prese da parte e mi parlò con gentilezza e mi spiegò come erano andate le cose. Era più facile così. Mi aiutò a sopravvivere. “I giovani piloti, oggi, non credo che abbiano particolari pressioni. L’ambiente è molto più amichevole. Non c’è il problema dei nuovi arrivati e dei più esperti che non li vogliono. “Guardando al passato, si vede che i più esperti volevano mantenere il controllo del territorio. Non volevano che qualcuno nuovo arrivasse e li spodestasse. Ora non si occupano più di queste cose ed è così che deve essere. Egli ammette che il modo in cui fu trattato ebbe un effetto su come lui si comportò con i nuovi arrivati quando le posizioni si invertirono. Forse è un punto di visita facile da offrire. Ma Patrese, pur con modestia, è molto convincente nello spiegare che intese rovesciare il “karma” per le malefatte commesse contro di lui. “Ha avuto un effetto sul modo in cui ci siamo comportati dopo” insiste. “Non fui solo io ma anche i giovani piloti di quei tempi, Prost, Senna, e anche io, non cercammo mai di creare problemi ai novellini. “La mia mentalità era di non fare a loro quello che era stato fatto a me. Perchè creare problemi ai nuovi arrivati che giungono a questo sport? “Il GP Masters è una storia diversa – l’atmosfera qui è buona perchè quello che dovevamo fare nelle nostre carriere l’abbiamo già fatto.” Dopo una convincente vittoria al GP del Sudafrica del 1983, Patrese passò alcuni anni nelle paludi dell’Alfa Romeo e poi ebbe una seconda occasione alla Brabham. “Ero cambiato molto quando tornai alla Brabham nell’86 e nell’87. Da quel momento mi sentii più maturo, e più rilassato nell’ambiente della F1. “Fino all’86 ero piuttosto arrabbiato perchè non ero riuscito a raggiungere le aspettative che avevo per me stesso. Ero sempre insoddisfatto, perchè i risultati non erano quelli che volevo. “Poi sono andato alla Williams nella parte finale della mia carriera, e arrivarono le soddisfazioni.” I cinque anni alla Williams porteranno altre quattro vittorie e un secondo posto nel mondiale dietro al compagno di squadra Nigel Mansell nel 1992. Ritiene che il picco della sua carriera sia stato quello, nonostante il britannico l’abbia battuto. “Ho vinto una gara e sono arrivato secondo nel mondiale. Non posso dire sia stata una brutta annata. La macchina era più adatta allo stile di guida di Nigel che al mio. Per quel motivo era più veloce. “Ma sono molto orgoglioso dei miei anni alla Williams. I primi giri del dieci cilindri Renault li ho fatti io. Ho iniziato il programma che ha vinto molti campionati e mi ha dato la possibilità di vincere gare. Con la Williams ho fatto un lavoro fantastico per cinque anni. Williams mi rispettava perchè lavoravo duro, ero un test driver preciso e miglioravamo costantemente. “Ho ottenuto tutto quello che un pilota può ottenere, eccetto il Campionato del Mondo. Ma sono ancora qui in buona salute, e quella è la cosa più importante.” © Autosport magazine – Riproduzione autorizzata
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