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Alberto Patrese
MIO FRATELLO RICCARDORiccardo Patrese è il pilota italiano attualmente di maggior spicco nella “formula 1”. Giovanissimo, nato a Padova 24 anni fa, dopo essersi dimostrato uno dei piloti più forti di – formula 2 e 3 (è stato campione europeo in questa categoria), è ora tra i più promettenti in “formula 1” . Ha debuttato nei Grand Prix nel ’77 con la Shadow; ora è caposquadra della Arrows. E’ giunto secondo in Svezia dopo aver sfiorato la vittoria nel Gran Premio del Sud Africa (si è dovuto ritirare negli ultimi giri quando era largamente in testa). Riccardo ha un fratello maggiore, Alberto, in geniere all’Alfa Romeo, che ci ha tracciato di lui questo rapido e inedito ritratto. Ho “conosciuto” mio fratello Riccardo per la seconda volta in un box del Paul Ricard in Francia. Mi era tutto noto: il lavoro del “team”, la coreografia dei curiosi che, numerosissimi, gravitano attorno alle corse; sapevo tutto delle macchine che al momento si trovavano sventrate in attesa di mille cure; ma mi stupivo di trovarmi di fronte a un “altro” Riccardo, accigliato, ma sicuro impegnato in un fitto dialogo con il direttore di squadra; ascolta, e, in una lingua che non è la sua, ha risposte prontissime; tutto si muove attorno, sotto l’influsso di quel dialogo. Mi vede, ne sono certo, spero che un incrocio di occhiate significhi un cenno di saluto; invece, poco dopo, ho la certezza di non esistere in quell’ambiente. Ho una reazione di orgoglio ferito, ma subito dopo mi lascio prendere dalla considerazione su quanto difficile debba essere quel mestiere che non può, per sua natura, concedere la minima distrazione. Eravamo stati assieme la domenica precedente, nella nostra casa di campagna, tutti assieme, per festeggiare i cinque anni di mia figlia. Riccardo pretendeva di giocare a palla con lei e che anch’io intervenissi; rincorreva i due gatti e ci raccontava di un certo viaggio in Giappone e di cose che interessano prima il turista e poi chi le sta a sentire. Se lo si interroga, parla svogliatamente e stringatamente di automobili da corsa; quando lo si ascolta su questo argomento è perché ha deliberatamente scelto di parlarne e lo fa con molta professionalità e con rigogliosa dovizia di particolari. Vien da chiedersi quale spazio possa riservare, fuori dal mondo delle corse, con la miriade di problemi che la “formula 1” impone, al resto, agli affetti, agli svaghi inutili che ciascuno vuol prendersi, anche agli allettamenti dello spirito. La sensazione che se ne ha è quella della mancanza di un momento di pausa che non sia destinato ad annullare uno stato di grande stress. Nella sua attività ritengo prenda decisioni oculate e in tempi sorprendentemente brevi; eppure non è difficile vederlo rinunciare a richiedere l’orario di un aereo o a chiamare un taxi. Ci chiediamo spesso se, cresciuto in una famiglia di musicisti, non avrebbe concentrato tutta la sua forza su una tastiera di pianoforte o su qualche altro strumento. Ma il condizionamento è stato verso il mondo delle corse: è stato così per nostro padre, ed è stato così per me; in casa non si è parlato volentieri a lungo che di corse. Di qui la responsabilità nel condizionamento della scelta e di qui il compiacimento e il desiderio di compartecipazione al successo. Riccardo soffre molto di sentirsi, in un certo senso, affettivamente sfruttato, così come non è incline all’autopubblicità e all’esibizionismo. Fa volentieri l’autografo all’anonimo ragazzino, ma si infuria con chi tenta di farsi riconoscere con la scusa di averlo visto crescere. Accetta con rassegnazione lo sfruttamento della pubblicità; e chi potrebbe farne a meno in quell’ambiente ? Da più di quattro ore mi aggiravo in quel box e in altri, quando, schivando una pila di gomme, mi passa vicino, si ferma, mangia senza convinzione un panino e non mi guarda. “Hai visto l’ultimo turno di prove ?”. “Si”. “Dov’eri ?”. “Al Mistral”. “Accorcio un dente di quinta. Ti pare ? Hai preso tempi ? Lì sono troppo lento, vedo a fatica tutti i giri”. Se ne va, lasciandomi convinto che il consiglio che avrei potuto dargli sarebbe stato il più azzeccato. Poi la corsa, la fuga di concentrazione dell’ora che la precede, il rilassamento dell’ora che la segue, con l’occhio già alla piantina immaginaria del circuito dove si svolgerà il prossimo Gran Premio; la necessità di contenere lo sconcertamento delle delusioni e dei successi, la gente con mille domande, i giornalisti dai molteplici apprezzamenti e sondaggi, tutto in un balenante svolgersi di una stagione di corse. “No, non è un mestiere per me”, mi dico, ma non è difficile essere affascinati da un turbine multicolore dove gli impegni per la ricerca di perfezione sono funzione primaria del risultato delle due ore avvincenti di corsa. Direi che nessuno dei piloto di “formula 1” ama il rischio, quanto piuttosto il senso del “limite”, limite proprio, di compromesso tecnico, delle due cose assieme e di tutto nei confronti degli altri. Sicuramente Riccardo amava la macchina da corsa perché era stato educato a questo gusto, ma è di sua libera iniziativa che se ne è impadronito deliberatamente, tanto che mi viene da pensare che non avrebbe potuto fare altro. A. P. 1978
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