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Grand Prix International
Issue #31
Intervista da Eric Bhat Riccardo Patrese, dopo l’inizio della stagione, è letteralmente trasformato: più aperto, più espansivo, più contento di vivere. Certamente si sente più leggero, come sbarazzato di un peso, perché attualmente è notevolmente più sollevato. I suoi sforzi spesso inutili e infruttuosi al centro del gruppo, la sua appartenenza ad una scuderia di secondo piano, la sua cattiva fama: tutto questo appartiene ad un passato ormai lontano. Riccardo si è finalmente disfatto delle sue catene. Dopo aver aspettato quattro anni, dispone finalmente di una vettura competitiva, una monoposto che gli permette di battersi per le prime posizioni. In realtà, non è stato lui a cambiare, è la sua vita che ha subito una svolta. Eric Bhat: Quest’anno sembra di trovarsi di fronte ad un nuovo Riccardo Patrese più felice più rilassato. Quali sono le ragioni di questo cambiamento? Riccardo Patrese: Il motivo principale è che Riccardo Patrese ha trovato, finalmente un team che gli affida una vettura che va forte. Questo, è naturale, influisce sul mio morale e sul mio umore, sorrido molto di più e mi sento più felice. Sono ancora più contento perché per me è stata una vera sorpresa. All’inizio della stagione ero un po’ demoralizzato. Durante l’inverno non ero riuscito ad entrare in un team che mi soddisfacesse e alla fine, anche spinto dalla disperazione, sono rimasto alla Arrows. In realtà non mi attendevo un simile cambiamento. Non avrei mai osato sperare tanto. Da tre anni il team Arrows cercava invano di allestire una vettura competitiva. Per diversi motivi,non l’abbiamo mai avuta. Tuttavia io sapevo che la squadra aveva un potenziale sufficiente per fare una buona macchina. Per fortuna, finalmente, quest’anno l’abbiamo. Quando ci si aspetta di essere in cattive acque e ci si accorge che tutto marcia per il meglio, al di là di ogni speranza, allora ci si sente veramente felici. Le mie prestazione dal’inizio di stagione mi hanno dato una notevole soddisfazione. Penso di aver dimostrato qualche cosa, soprattutto a coloro che mi avevano dimenticato. EB: Al termine della passata stagione tu volevi cambiare aria. Restare alla Arrows non è stata certo una scelta: in effetti non avevi nessuna altra soluzione. RP: Ho avuto diversiti con molte squadre. Ma, per una ragione o per l’altra, non sono riuscito a concludere un accordo con nessuna di esse. Anche alla Arrows, non ero sicuro al cento per cento di poter restare. Il team unfatti, non avendo sponsor attraversava un periodo molto difficile. I responsabili della Arrows mi avevano fatto sapere, in un certo qual modo, che forse essi non sarebbero stati in grado di garantirmi un volante. Per un certo periodo io non sono stato affatto sicuro di trovare un posto in formula 1 per il 1981, non parliamo poi di entrare in un team di primo piano. Fortunatamente le Ceramiche Ragno mi hanno accordato la loro fiducia, questo rappresentava almeno la certezza di poter trovare una macchina. Alla fine siamo andati alla Arrows. I fatti stanno dimostrato che abbiamo scelto nel migliore dei modi, soprattutto se consideriamo quali erano le altre possibilità che avevamo allora. EB: Ora che la vettura è competitiva, è cambiato qualche cosa all’Arrows ? Il “clima” è differente? RP: L’ambiente è letteralmente trasformato. L’anno scorso eravamo in una situazione, come posso dire, stazionaria. Tutti ci impegnavamo al massimo, ma senza avere la possibilità di migliorare veramente la situazione. Eravamo oppressi da una specie di sensazione di impotenza. Sul finire della stagione eravamo molto giù di corda. Quando le cose non vanno molto bene, tutti hanno voglia di lasciarsi andare: gli ingegneri i meccanici ed anche i piloti. E, con un tale stato d’animo, non si possono certamente ottenere grossi risultati. La squadra Arrows a dunque iniziato la stagione con un nuovo sponsor, la Ragno, e immediatamente siamo entrati in un altro “clima”. Tutti hanno ricominciato a lavorare al massimo per essere davanti. Non soltanto perché, finalmente, la macchina era competitiva – e questo è un motivo già sufficientemente valido – ma anche perché i responsabili della Ragno esercitano una specie di pressione… d’incitamento sui componenti del team. In parole povere spingono tutti a fare meglio. Devo anche dire che Dave Wass ha fatto un lavoro con i fiocchi. Tutte le modifiche che ha apportato alla Arrows A3 si sono rivelate positive. Dave non ha commesso un solo errore e la vettura è progredita molto. Quando siamo arrivati a Long Beach, anche senza molte prove preliminari, l’A3 è andata subito molto forte, questo dimostra l’efficacia del lavoro di Dave. EB: Ad inizio di stagione si è potuto constatare un curioso paradosso: Tony Southgate e Dave Wass, una volta separati, hanno fatto entrambi un buon lavoro, ciascuno per proprio conto, mentre le loro vetture non erano affatto competitive quando essi lavoravano insieme alla Arrows. Come spieghi questo fatto? RP: E’ difficile da spiegare. Ho molta stima per Tony, penso sia molto bravo. Gli sono stato molto vicino, abbiamo lavorato molto insieme ed ho potuto apprezzare le sue doti. Comunque è vero: l’Arrows e la Theodore sono tutte e due competitive quest’anno. L’anno scorso il nostro principale problema era rappresentato dalle bandelle laterali che non funzionavano mai alla perfezione. Questo difetto è stato ora eliminato, per di più quest’anno possiamo permetterci di spendere un po’ più di denaro per il lavoro di sviluppo. Questa è la prima spiegazione dei nostri progressi. Sul piano umano, la differenza tra Tony e Dave è che Tony crede molto fermamente nelle sue idee, è veramente convinto di quello che fa e qualche volta è persino molto restio a cambiare idea. In via di principio non è una cattiva qualità, perché nella vita bisogna credere in quello che si fa. Dave, da parte sua , sa altrettanto bene quello che vuole, ma ha una mentalità un po’ più aperta ed è più attento a quello che accade negli altri teams. E’ capace di ricredersi se le sue idee personali non sono del tutto esatte. Wass osserva attentamente quello che fanno gli altri e cerca di ricavarne degli utili insegnamenti. EB: Tu eri molto amico di Tony Southgate. Dal punto di vista personale lo rimpiangi? RP: Si, è vero, sono molto amico di Tony. Ho lavorato con lui per tre anni. Sono un po’ sentimentale su queste cose, non dimentico che abbiamo lavorato molto bene insieme. Quando se ne è andato, sono rimasto molto male. EB: Se si va forte si diventa presto popolari. Ti senti più seguito dopo l’inizio di stagione? RP: Si, è vero, quando tutto funziona per il meglio, sono molti quelli che vengono a vederti, a parlarti, a congratularsi o a farti delle domande. E’ la vita. Quando si ha successo si hanno anche molte persone attorno. E’ altrettanto vero però che quando le cose vanno male tutti ti dimenticano con estrema facilità. EB: La tua vita è cambiata rispetto all’anno scorso. Ma quando sei in macchina te ne accorgi ? Si guida meglio quando si hanno delle motivazioni più forti? RP: Forse, ma non è detto che uno se ne debba accorgere per forza. Per quanto mi riguarda penso di aver dato sempre il massimo, anche nelle passate stagioni. Non mi è mai accaduto di smorzare il mio temperamento, con il pretesto di non avere una macchina competitiva. Tuttavia, quando si è convinti di avere una vettura molto a posto, forse scatta qualche molla inconscia e può accadere che si vada più forte. Senza che uno se ne renda conto, un morale più alto influisce senza dubbio sul comportamento e si fa meglio senza neanche saperlo. Si tratta comunque di un insieme di sfumature, non è solo questione di essere più veloci. Spesso l’anno scorso ho dovuto fare degli sforzi incredibili con il solo obiettivo di qualificarmi. E’ successo per esempio a Brands Hatch. Quest’anno ho ottenuto la Polo Position a Long Beach guidando molto più in scioltezza. Si tratta di due situazioni incredibilmente differenti e che sono indipendenti dalle capacità del pilota: tutto dipende dall’organizzazione che si ha alle spalle. EB: Adesso che disponi di una vettura molto competitiva dovresti sentire sempre più forte la voglia di vincere un Gran Premio… RP: Sì, è vero. Per adesso ho salito tutti gli scaliniche stanno tra il decimo e il secondo posto. Non mi manca che il primo posto! Faccio il possibile per vincere un Gran Premio, ma so benissimo che Williams, Brabham, Renault e Ferrari spendono molto denaro per migliorare le prestazioni delle loro vetture. E’ difficile restare al loro livello. Noi abbiamo un budget limitato e non possiamo fare più di tanto. Ho avuto la possibilità di vincere a Long Beach e sono rimasto molto deluso quando ho visto andare in fumo ogni mia speranza, anche perché penso che una simile occasione non si ripeterà molto presto. Io corro per l’Arrows, non per la Williams. Loro hanno sempre una nuova possibilità per vincere. Io no. EB: Ma, visti i progressi compiuti dall’Arrows dall’inizio della stagione, non pensi che anche il vostro possa diventare un top-team? RP: A mio avviso abbiamo la possibilità di vincere almeno un Gran Premio quest’anno, l’occasione non dovrebbe essere lontana. Ormai siamo regolarmente nel gruppo dei migliori, ogni volta riesco a qualificarmi per le prime file dello schieramento di partenza. Come sempre succede, qualche volta va meglio, qualche volta va peggio. Sono sicuro che, prima della fine del campionato, mi si presenteranno altre buone occasioni. Penso inoltre di essere in credito con la buona sorte: la fortuna mi deve una rivincita. Se le cose fossero andate per il verso giusto avrei potuto vincere tre Gran Premi. C’è stato dapprima il G.P. del Sud Africa del 1978, poi, nello stesso anno il G.P. di Svezia che ho concluso al secondo posto dietro la Brabham “aspiratore” di Lauda, una macchina certamente non conforme ai regolamenti. In condizioni normali la vittoria sarebbe dunque stata mia. E poi ancora c’è stato il G.P. Usa West di quest’anno. Spero proprio che la fortuna mi accordi una rivincita. EB: Che cosa hai provato dopo il ritiro di Long Beach ? Sei stato più deluso in California o dopo la tua vittoria mancata di Kyalami nel ’78? RP: Meno deluso, molto meno. Dopo le difficoltà incontrate nel trovare una buona macchina durante l’inverno, la performance di Long Beach mi ha dato una grossa soddisfazione. Per la prima volta nella mia carriera in Formula 1 sono partito dalla Pole Position; ho condotto per trenta giri ; ho dimostrato a tutti che Riccardo Patrese va ancora forte. Sono stato molto contento, anche perché non mi aspettavo una cosa del genere. Al Gran Premio del Sud Africa 1978 è stato diverso. Ero più giovane, ero appena arrivato in F.1 e pensavo che vincere un GP fosse molto più facile. A quel tempo non avevo alcun problema e non avevo la minima idea di come fosse dura la vita in Formula 1 e di come fosse difficile imporsi in un Gran Premio. Più tardi ho sofferto molto per diversi motivi e come se non bastasse ho guidato per molto tempo delle macchine non competitive. Tutte queste ragioni spiegano perché fossi così contento a Long Beach, sono stato capace di apprezzare fino in fondo la gioia di quei momenti e, malgrado il mio ritiro, ho avuto delle grandi soddisfazioni da quel Gran Premio. Ecco perché sono stato meno deluso che in Sud Africa tre anni fa. Allora non riuscivo a valutare le cose nel loro giusto valore. Sono rimasto veramente molto male, anche perché non ero capace di captare l’aspetto positivo della cosa. EB: Sei riuscito a dimenticare tutti i problemi che ti hanno fatto soffrire, soprattutto a causa della tua cattiva reputazione ? Questi cattivi ricordi si sono cancellati dalla tua mente? RP: Tutti i miei problemi sono nati dall’incidente di Monza del 1978. La mia cattiva reputazione viene da lì. C’è stata una grossa pubblicità contro di me. A partire da quel momento tutte le occasioni sono state buone per mettermi sotto accusa, anche quando non ero minimamente implicato negli incidenti. Adesso penso di essere al di sopra di ogni critica. I piloti che mi avevano proibito di correre a Watkins Glen, dopo l’incidente di Monza, sono venuti a scusarsi. E anche molti altri. E’ stato terribili: un piccolo gruppo di piloti è riuscito ad impedire arbitrariamente che un altro pilota partecipasse ad un Gran Premio. Essi si sono accoti dopo che io non ero responsabile dell’incidente di Monza e che il loro comportamento in America era stato semplicemente inammissibile: questo fatto non si sarebbe mai dovuto verificare. E’ per questo che è un ricordo da cancellare. Debbo però dire che è difficile da far sparire dalla memoria. E’ stata una cosa troppo grossa. Del resto vi è tutt’ora un procedimento in corso per l’incidente di Monza. Finchè questa storia non sarà finita, non potrò dimenticare quel che è successo. EB: Ma è passato molto tempo, dovresti essere meno segnato nel morale? RP: Moralmente quell’incidente non mi ha mai creato nessun problema. Ho sempre avuto la coscienza tranquilla. Forse sono molto “duro” in corsa, ma questo non è certo un difetto. Anche altri piloti lo sono. Non è che io sia un cattivo ragazzo e gli altri degli angioletti. Tutti sono molto “duri” in corsa. All’inizio ero forse troppo aggressivo, ma ora penso di aver trovato un buon compromesso. Sono perfettamente OK. EB: Con questo buon compromesso, grazie all’esperienza che hai accumulato, pensi di avere attualmente il potenziale per vincere il campionato del mondo? RP: L’elemento essenziale per diventare campione del mondo è rappresentato dall’organizzazione che un pilota ha dietro le sue spalle. Se tu hai una buona macchina, in una buona squadra, al momento giusto tu hai le carte in regola per diventare campione del mondo. Personalmente dopo aver disputato più di 50 Gran Premi, penso che sarei capace di sfruttare la mia chance se un giorno mi trovassi nel contesto favorevole che ho descritto. Penso di essere abbastanza competitivo per poter approfittare delle buone circostanza. EB: Eri molto amico con il tuo ex-compagno di squadra Jochen Mass. Senti la sua mancanza? RP:Certamente, mi manca. Mi dispiace molto che quest’anno Jochen non sia con me all’Arrows. Dal punto di vista umano, Mass è indubbiamente la miglior persona che abbia mai incontrato in Formula 1. Spero che tornerà presto nel mondo dei Gran Premi. EB: Eddie Cheever ritiene che non è possibile fare amicizia con altri piloti. Mass ti ha dimostrato il contrario. RP: Con delle persone come Jochen è possibile allacciare veri rapporti d’amicizia. Ma anche quello che dice Cheever è vero. A causa della rivalità che esiste tra piloti è veramente difficile avere degli amici in Formula 1. Ci conosciamo, ma non ci sentiamo vicini uno con l’altro. Quando si lascia il circuito ognuno va per la sua strada e non ci si incontra quasi mai. EB: Per la tua esperienza e per i tuoi risultati di quest’anno, tu puoi essere considerato come il leader della “nouvelle vague” italiana. Cosa pensi della massiccia presenza dei tuoi compatrioti in F.1? RP: Adesso siamo in tanti. Le ultime stagioni hanno dimostrato che vi sono numerosi giovani piloti italiani che vanno forte. Soltanto due anni fa tutti parlavano dello squadrone francese. Ormai esiste anche uno squadrone italiano… e il match promette di essere interessante. Credo che la scuola italiana non ha niente da invidiare a quella francese, stiamo per arrivare allo stesso livello. EB: E’ importante per te essere il più veloce tra gli italiani? RP: Tutti sperano di essere primi, in tutte le cose della vita. Dal mio punto di vista faccio due distinzioni. La prima è che voglio essere il primo davanti a tutti. Se non posso essere il primo in assoluto, allora tanto vale almeno cercare di essere il primo fra gli italiani. E’ vero, questo non significa niente, ma la stampa stabilisce sempre dei termini di paragone e delle classifiche. Sarà un bene per il pubblico, ma non per i piloti. Teoricamente non dovrei preoccuparmi di essere davanti a DeAngelis solo per il fatto che anche lui è italiano. Ma per via degli articoli che verranno pubblicati il giorno dopo la corsa, questo diventa quasi importante. EB: Cosa pensi del tuo giovane compagno di squadra Siegfried Stohr? RP: Come persona è molto simpatico, andiamo molto d’accordo. Per quanto riguarda le sue prestazioni bisogna considerare che è approdato in Formula 1 senza aver fatto praticamente delle prove durante l’inverno. Prima del debutto non ha avuto dunque il tempo di abituarsi. La Formula 1 è molto difficile, ci vuole il giusto tempo di ambientamento. Mi spiace molto che Siegfried abbia mancato due volte di qualificarsi, perché ha il potenziale per essere ogni volta in corsa. Mi sembra che abbia una buona sensibilità alle reazioni della vettura. Detto questo, ha solo bisogno di un po’ di esperienza. In F.1 certe volte non è sufficiente applicare quanto si è imparato nelle formule minori. A volte, bisogna tentare delle cose che possono sembrare anche banali. Quando si segue troppo pedissequamente la logica, si può mancare di sfruttare al massimo la macchina. E’ difficile da capire, forse stupefacente al debutto. Si impara con l’esperienza. EB: Parli molto con i tuoi meccanici dopo le prove. Sei interessato al lato tecnico della Formula 1? RP: Il lato tecnico è il lato migliore della Formula 1. Si tratta della tecnica più avanzata apllicata all’automobilismo sportivo. Penso che tutti i piloti dovrebbero interessarsi di come è fatta la loro macchina. Tutto diventa più facile quando si segue da vicino l’evoluzione della vettura e ci si concentra sul suo comportamento. Quando ci si interessa a tutto questo, si capiscono le cose al volo, si possono localizzare subito i problemi e si può rimediare. Anche questo viene con l’esperienza, ci vuole del tempo. EB: A questo stadio della tua carriera, pensi di vivere il periodo più entusiasmante da quando sei in Formula 1? RP: Avevo già molto apprezzato la prima parte della stagione ’78, fino al Gran Premio di Germania. In seguito, a causa dei problemi con la Shadow, siamo stati costretti a cambiare macchina. E solo all’inizio di questa stagione abbiamo avuto una vettura competitiva. Attualmente sto riprovando gli stessi piaceri che ho già assaporato nel ’78, all’inizio della mia carriera. Mi sento a mio agio in Formula 1. Le mie relazioni con gli altri piloti ed i giornalisti sono migliorate. Sto veramente meglio, sotto ogni punto di vista.
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