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PATRESE : LA STORIA DI UN UOMO

di Pino Allievi

Non ama le lunghe tavolate, le feste con tanta gente, le località di vacanza troppo affollate. Per questo da anni trascorre lunghi periodi dell’inverno e dell’estate a Cortina d’Ampezzo, nel cuore delle Dolomiti, lontano dai clamori della città e soprattutto della Formula 1. E’ qui che ritrova gli amici di sempre, la tranquillità che non può avere sulle piste, la gioia di stare con le persone che gli sono più vicine. A Cortina c’è, soprattutto nella stagione calda, buona parte del jet-set, che Riccardo Patrese abilmente evita. A differenza della maggior parte dei suoi colleghi della Formula 1, che abbinano ad uno sport decisamente pericoloso ma in questo momento anche tremendamente di successo, una vita mondana intensa, Patrese preferisce infatti passare per un “eremita”, piuttosto che doversi adeguare ad un modo di vivere, di concepire le cose, che non sarebbe decisamente il suo. 

A venticinque anni è difficile non lasciarsi tentare dai molti vantaggi che può offrire la notorietà, specialmente in un paese come l’Italia, nel quale più che seguire gli sport la gente è abituata ad attaccarsi morbosamente alle individualità, ai divi. Oggi Patrese è unanimemente considerato il migliore dei piloti italiani. Non c’è persona che non conosca il suo nome, non c’è appassionato di automobilismo che non conosca il suo volto, con quella smorfia di eterno nervosismo stampata sui lineamenti da antico romano. Eppure lui sembra quasi seccato da una popolarità ovvia, costruita grazie ad una lunga trafila di formule addestrative, che gli è venuta da episodi anche dolorosi, tristi, che avrebbero distrutto il morale e i nervi di qualsiasi atleta che non avesse avuto il suo equilibrio, la sua forza d’animo.

Di lui, il grande pubblico non specializzato, ricorda soprattutto due cose: il Gran Premio del Sud Africa del 1978, quando ancora misconosciuto passò al comando della gara lasciandosi alle spalle gente come Andretti, Scheckter, Reutemann, Lauda, e la tragedia di Monza nella quale perse la vita Ronnie Peterson. Molti, infatti, fecero risalire ad una sua manovra azzardata in partenza, la responsabilità di quanto accadde. Ed il fantomatico “comitato piloti per la sicurezza” avallò questa ipotesi, con la squalifica che Patrese si vide infliggere nel gran premio degli Stati Uniti, anche se nella “sentenza” si ignoravano volutamente i fatti di Monza.

CICATRICE INDELEBILE 

Quel terribile… 10 settembre 1978 è rimasta una cicatrice indelebile sulla pelle di Riccardo Patrese. In pochi giorni è passato dal ruolo di colpevole a quello di innocente e poi nuovamente a quello di responsabile di uno degli episodi più neri di questi anni. L’inchiesta della magistratura italiana – alla quale hanno partecipato in qualità di periti anche tecnici ed esperti stranieri, per fugare qualsiasi dubbio di faziosità – non si è ancora chiusa. Ma pare che siano emersi, dai documenti in esame, prove che scagionerebbero Patrese:

“Non mi sono mai sentito con la coscienza sporca, sulla morte di Peterson, semplicemente perché ritengo di non avere nessuna colpa. E mi auguro che non si arrivi ad alcun processo, che servirebbe solo ad alimentare altre polemiche, altri dubbi. Io ricordo tutto, di quella giornata. Altri miei colleghi hanno dimenticato. Sono stato giudicato dai piloti più famosi, a Watkins Glen. Hanno fatto finta di volermi dare dei consigli, di dover educare il ragazzino. Un giovane non lo si educa con sistemi violenti. Bisogna parlagli con calma e serenità. Noi giovani siamo molto più critici degli anziani, pretendiamo che prima siano a posto loro. 

Poi accettiamo le critiche, io, invece, sono stato giudicato da uno come James Hunt, che di incidenti ne ha avuti tantissimi e che sul piano umano non esite. Al pari di Lauda che se l’è presa con me fuori luogo. Crede di poter dire quello che vuole perché è il signor Lauda. Ma chi è ? Un buon pilota e basta. Dal lato umano lasciamo perdere. Invece, in questa triste occasione apprezzai Andretti, Fittipaldi, Scheckter. Altra gente. Ho un solo rammarico: che il “comitato piloti per la sicurezza” non si sia più riunito quest’anno, per discutere di altri episodi veramente gravi, dai quali sono rimasto per fortuna al di fuori. Immaginate che polemica si sarebbe scatenata se a Digione quello che è stato esaltato come il duello del secolo tra Villeneuve e Arnoux avesse avuto come protagonista Patrese e Arnoux o Patrese e Villeneuve ? E’ bastato che tra me e Villeneuve ci fosse una battaglia civile, agonisticamente perfetta, come a Zolder, che subito è rispuntata da qualche parte la storia del killer-Patrese…” 

IL MONDO DELLA FORMULA 1

Patrese si accalora solo quando nella sua mente ritornano i fatti di Monza. Altrimenti, per natura, è tranquillo. Una tranquillità apparente, però, perché Riccardo è di carattere introverso:

“Non mi piace far baldoria, anche se questo non significa che non sia allegro. Sui giornali mi sono visto definire “scostante”, “musone”, talvolta persino “maleducato”! La stampa. A volte, ti giudica in base ad una sensazione pura e semplice. Quando sono in pista, lavoro. Non tutti lo capiscono. Alcuni vorrebbero che io fossi sempre pronto col sorriso a trentadue denti. E invece spesso sono arrabbiato, perché qualche cosa non va e non desidero parlarne.”

Amici, nel mondo della Formula 1, Patrese non ne ha: “e’ un ambiente – dice – nel quale non si può essere amici. Fuori dalle corse non mi vedo con nessuno dei miei colleghi. Forse è meglio così. L’episodio di Monza mi ha aiutato a capire più in fretta il mondo della Formula 1. Ho trovato solidarietà solo tra le persone che mi sono vicine da sempre. Dei piloti, non ce n’è stato uno solo che mi abbia confortato. Nella Formula 1 l’unico contatto umano valido è quello che si crea fra il pilota ed i meccanici. Anche con i responsabili della squadra è difficile che si vada al di là di rapporti formali. Io, per esempio, dalla Arrows ho sempre avuto il massimo dell’appoggio tecnico. Ma francamente mi aspettavo un maggiore supporto psicologico e, perché no ?, pratico, quando dovetti subire il “processo” di Watkins Glen. Sono d’accordo sul fatto che la Arrows ambisse ad ottenere un posto nella FOCA, però l’atteggiamento del team è stato giustificabile fino ad un certo punto. La McLaren, per fare un esempio, reagì in ben altro modo quando Watson si trovò implicato nell’incidente del GP d’Argentina.” 

A questo punto, però, diventa naturale chiedersi perché Patrese continui a vivere in un ambiente del quale critica gli aspetti essenziali: “Resto nel <<circo>> perché è il mio mestiere, perché le corse sono la mia vita. Per un pilota arrivare in Formula 1 è il massimo traguardo. 

Basta non accettare i compromessi e fare la propria strada, secondo coscienza. Anche i soldi, entro certi limiti, sono secondari. Nella Formula 1 girano cifre da perdere la testa. Ma se corressi esclusivamente per i soldi vorrebbe dire che non avrei la passione. E smetterei subito.” 

Il suo giudizio su Bernie Ecclestone, l’uomo che ha portato la Formula 1 ai fasti attuali, attirando gli sponsor e rendendo manageriale la gestione delle corse, è secco e preciso : “Bernie è una persona molto abile, che dà la faccia per tutti gli altri che nelle situazioni più difficili si nascondono.” 

L’AMORE PER TUTTI GLI SPORT

Il pilota di Formula 1, generalmente, non è uno sportivo polivalente. Fanno eccezione Jackie Stewart, che fu riserva della Gran Bretagna per il tiro al piattello alle Olimpiadi di Roma e James Hunt, che dice di avere un passato agonistico nello squash. Patrese, invece, è un atleta rubato ad altri sport nel vero senso della parola. E’ stato campione italiano juniores di nuoto ed anche nello sci è assurto a livelli nazionali, vincendo diverse gare di slalom e slalom gigante. 

“ Se non avessi deciso di puntare tutto sull’automobilismo, sarei rimasto nello sci. I discesisti sono gli atleti che stimo di più. In fin dei conti, hanno la stessa mentalità dei piloti di Formula 1. E a volte anche gli stessi problemi: la tenuta di pista, l’aderenza, l’aerodinamica, il dramma del decimo di secondo da togliere…”

D’inverno, Patrese scia ancora, ma con molta prudenza. Tra una gara e l’altra fa del footing e gioca a Tennis. “Da quando corro stabilmente in Formula 1 non faccio più vacanze nel modo tradizionale della parola. Ormai tra una stagione e l’altra non c’è più interruzione. Bisogna aver sempre pronta la valigia con casco e tuta per andare a provare.” 

GLI ALTRI PILOTI ITALIANI

Con gli altri piloti italiani, i rapporti di Patrese sono piuttosto freddi: “I corridori francesi – dice Riccardo – sono abbastanza uniti perché arrivano più o meno tutti dalla stessa scuola. Lo sponsor comune Elf li ha amalgamati. Noi italiani, invece, abbiamo provenienze diverse e siamo divisi anche dall’età. Brambilla e Merzario, ad esempio, sono di un’altra generazione.  

Con De Angelis non c’è una grande amicizia ma ogni tanto ci parliamo. E’ solo con Giacomelli che ho avuto una carriera, per alcuni anni, parallela.”

Dei corridori stranieri, Patrese ne ammira uno su tutti: “E’ Alan Jones, che ritengo che sinoraabbia avuto poco, in relazione ai suoi mezzi, alla sua classe. E’ un corridore serio, meticoloso, che come me ama poco l’aspetto mondano delle corse.” 

Nel futuro di Riccardo Patrese sembrava che ci dovesse essere la Ferrari. Invece il grande sogno è  svanito: “Con il commendatore non avevo una opzione ma una promessa reciproca di sentirci a metà stagione, per un eventuale accordo per il 1980. Spettava ovviamente a lui prendere la decisione. E l’ha presa, confermando sia Scheckter che Villeneuve. Vorrà dire che magari se ne riparlerà tra qualche anno, se interesserò ancora alla Ferrari.” 

Di Scheckter e Villeneuve, tuttavia, Patrese non ha alcuna invidia ma solo rispetto: “Sono due bravi piloti, penso che Scheckter sia avvantaggiato nella corsa al titolo mondiale. Anch’io, comunque, sarei salito ai vertici con una macchina come la T4. Non posso dire, però se sarei riuscito ad ottenere gli stessi risultati.” 

Per quanto riguarda la Arrows, Patrese nonostante la stagione 1979 gli stia andando storta, non è minimamente polemico. Anzi: “La Arrows è una piccola squadra che ha dovuto fare i miracoli per poter sopravvivere alle molte difficoltà che si sono presentate. Tony Southgate ha dovuto progettare tre macchine nel giro di un anno. E queste macchine sono state costruite e sono scese in pista. Altri team non avrebbero resistito, la Arrows sì. Francamente mi aspettavo molto dalla A2. Speravo, con questa macchina, di aggiudicarmi almeno un gran premio, quest’anno. La stagione non è ancora finita, Southgate è un tecnico dalle idee chiare. Non è detto che la macchina non diventi presto competitiva.” Tuttavia, le speranze di Patrese sono oramai rivolte tutte al 1980: 

“Io credo che un pilota raggiunga la maturità dopo tre anni di Formula 1. La velocità, infatti, non è un problema per un debuttante. E’ solo questione di macchina e pelo sullo stomaco. La cosa importante è dimostrare di avere una testa che ragiona, dentro l’abitacolo. Io sento che di gara in gara miglioro. L’anno prossimo dovrebbe essere la stagione delle mie rivincite.”

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