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“Insieme a me a vinto il clan azzurro…”

Quale è lo stato d’animo di un pilota di formula 1 24 ore dopo la prima vittoria, inseguita per ben sei stagioni ? Riccardo Patrese ammette che il successo di Montecarlo ha contribuito a ridargli una nuova serenità.

di Oscar Orefici

MONTECARLO – Piangeva sconsolato, quel sabato pomeriggio, Riccardo Patrese, a piedi, il casco bianco e bleu nella mano sinistra, ritornava verso i box, era il 4 aprile 1978.

            Appena alla sua undicesima esperienza in formula 1, sul circuito di Kyalami in Sud Africa, il giovane pilota aveva sperato di vincere il suo primo gran premio, un quasi miraggio.Era arrivato in fretta ai vertici. Dopo avere conquistato, nel corso della stagione 1976, il titolo di Campione Europeo ed Italiano di Formula 3, si parlava di lui come del nuovo esponente di un vivaio, quello di casa nostra, che sembrava essersi inaridito per sempre.

            Partito in quarta fila, dopo un terzo di gara era riuscito a portarsi in prima posizione, ai danni di piloto del calibro di Andretti, Lauda e Scheckter, sembrava avviato verso il trionfo, quando, a pochi giri dal termine, veniva tradito dal motore della sua Arrows.

            Doveva essere quello un episodio emblematico della travagliata carriera del pilota padovano, che avrebbe conosciuto poi amarezze e delusioni profonde. Altri, al suo posto, probabilmente non avrebbero resistito a delle prove tanto ardue.

            Poteva essere distrutto dall’ignobile linciaggio morale, al quale fu sottoposto, dopo l’incidente mortale di Ronnie Peterson, da parte di un gran giurì formato, non da esponenti dell’autorità sportiva, bensì dai suoi colleghi più blasonati.

            Poi dovevano venire le rinunce, i no alle squadre inglesi più importanti, prigioniero del sogno di approdare alla Ferrari. E ancora le possibili vittorie fallite per la scarsa affidabilità della sua Arrows.

“Il passato – afferma oggi Patrese dopo il trionfo di Montecarlo – non si dimentica mai. Questa vittoria mi ripaga, però, di tutti gli sforzi che ho fatto per ottenerla. Sono stato fortunato, lo ammetto. Ma credo, tutt’ora, di essere in credito con la buona sorte. Se non avesse cominciato a piovere, non sarei riuscito certamente a riprendere Prost. Negli ultimi tre giri, qualsiasi conclusione della gara sarebbe stata possibile. Ma tante volte ho sfiorato il successo, quel successo che sembrava a portata di mano e che mi è sfuggito per i motivi più banali. Certamente non avrei vinto se la corsa fosse stata sospesa. Eravamo proprio ai limiti. A Montecarlo, però, non interrompono mai il gran premio. E’ accaduto in altre due o tre occasioni che nel finale cadesse qualche goccia d’acqua senza che il direttore di gara sentisse la necessità di intervenire”.

Per cinque lunghi anni Riccardo Patrese ha atteso la sua prima vittoria in formula 1, che è poi arrivata, a sorpresa, nel gran premio che vale quasi come un titolo mondiale. Dal momento in cui ha tagliato il traguardo è stato un travolgente susseguirsi da avvenimenti: le urla del pubblico, le congratulazioni del Principe Ranieri, l’inno di Mameli, il galà della domenica sera al tavolo delle altezze serenissime, il ballo con Grace. Ma “dopo” cosa resta ? Altri campioni, anche di discipline diverse, se lo sono chiesto e non sempre la risposta è stata positiva. Spesso si può essere assaliti da un senso di vuoto, di solitudine, quasi che l’impresa appena compiuta non contasse.

            “No – continua Riccardo – per me non è stato così. Ho vissuto dei momenti particolarmente intensi, indimenticabili. E’ un successo, dopo tante delusioni, che è servito a regalarmi una serenità interiore mai provata in precedenza. Considero questa vittoria un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. Mi auguro che abbia segnato una svolta nella mia carriera”.

            Proprio a Montecarlo, Patrese ha fatto il suo esordio in formula 1. E’ trascorso un lustro da quel giorno. Allora era un ragazzino timido ed introverso. Spesso avrebbe dovuto subire critiche anche pesanti per via del suo carattere riservato, difficile da interpretare.

            “Sono molto cambiato. Penso – dice – di essere un’altra persona come mentalità, anche se la volgia di vincere, la grinta è sempre la stessa. Sono maturato come uomo e divenuto più esperto come pilota. Ciò non toglie che sia sempre esattamente geloso dei miei fatti privati. E’ una precisa scelta di vita. Il successo può guastarmi ? Non credo. Sono sempre rimasto fedele a me stesso, alle mie convinzioni, alle mie amicizie e non vedo perché arrivare primo in una corsa dovrebbe stravolgere la mia esistenza”.

            Un giorno, dopo aver detto di no per la seconda volta a Bernie Ecclestone, preferendo restare alla Arrows, in attesa di una fumata bianca da Maranello, affermò “La carriera di un pilota dipende soprattutto dalle sue scelte. Fangio deve i suoi cinque titoli mondiali al fatto di aver sempre indovinato la macchina giusta”.

            “Non ho cambiato opinione – racconta – e credo che la Brabham rappresenti una scelta indovinata, come potenziale ed organizzazione, nonostante ci siano dei problemi legati al doppio tema tecnico che stiamo seguendo. Tutta la squadra, attualmente è concentrata sullo sviluppo del turbo ed io sono lasciato un po’ in balia di me stesso. E’ giusto che sia così in quanto la macchina con il motore Cosworth è ampiamente collaudata. Per ancora due gare il nostro programma prevede il turbo BMW per Piquet ed il tradizionale motore aspirato per me. Ma quando torneremo a gareggiare in Europa Nelson ed io disporremo entrambi del propulsore sovralimentato. Credo che la decisione presa sia impeccabile”.

           Era dal 1975 che un pilota italiano non vinceva un gran premio di formula 1, ma addirittura dal 1953, quasi trent’anni che il titolo mondiale sfugge a un  nostro rappresentante.

            “Per il momento – dice ancora Patrese – alla possibilità di conquistare il titolo non voglio pensare. Ci sono almeno sette piloti con le stesse probabilità di vincerlo. Il campionato si deciderà in Europa, nelle corse che seguiranno la prossima trasferta Nordamericana. Praticamente si ripartirà da zero. Per quanto mi riguarda, sarà interessante vedere quale sarà il rendimento del nostro turbo. E’ chiaro che il mio obiettivo è quello di diventare Campione del Mondo. Tutti i piloti corrono con questa ambizione. Intanto, mi sembra importante avere vinto a Montecarlo, essere riuscito a centrare un traguardo che sembrava stregato”.

            E’ stato spesso definito come un prepotente, un egoista. Ma, adesso, smentisce i suoi detrattori. Ascoltatelo.

            “Il fatto più significativo del gran premio di Monaco – conclude – è che, oltre alla mia vittoria, si è avuto un successo di tutta la scuola italiana, che ormai è una realtà. I risultati dimostrano che piloti e macchine del nostro paese sono ai vertici. Tra di noi siamo divisi da una fiera rivalità, ma, in fondo, siamo anche amici. La lite con De Cesaris ? Per carità, con Andrea avevo già fatto pace giovedì sera. Quando si è sotto pressione certe discussioni sono normali, o perlomeno sono episodi che possono anche accadere”.

            Prima di recarsi al Nurburgring, con la fase di endurance con la Lancia (“Con il clan torinese ho un rapporto di amicizia. E’ piacevole ritrovarsi con loro”). Adesso è atteso dal gran premio di Detroit. E la gente si chiede: potrà vincere ancora ? E’ davvero lui l’erede di Ascari ?

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