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AutoSprint
Lo spettacolo non è cambiatoAutoSprint #44 novembre 2003 intervista di Michele Merlino Diciassette
stagioni nella massima categoria tra il ’77 e il 1993: Riccardo Patrese può
davvero giudicare svariate epoche della F.1. Qual
è stato il tuo approccio con la F.1? Quali gli aspetti che ti hanno messo più
in difficoltà? “La
mia prima vettura fu la Shadow, che utilizzai per alcuni Gp nel 1977, mentre
stavo disputando il campionato di F.2 che era la mia priorità. L’aspetto che
più mi ha messo in difficoltà è stato passare da vetture da 300 cavalli a
vetture che ne avevano 500. Stiamo parlando di un’epoca in cui
l’aerodinamica era molto poco efficace e 200 cavalli in più rappresentavano
un problema. Non era così semplice come adesso passare da una formula minore
alla F.1”. Come
si gestiva la messa a punto? “Le
regolazioni erano rivolte praticamente solo a molle ammortizzatori e barre…”. Era
difficile percorrere la distanza di un Gp con quelle vetture? “No,
con quelle del 1977 non era particolarmente impegnativo perché avevano
pochissimo grip e scivolavano parecchio. La fatica vera è venuta più avanti,
già nel 1978 con la Arrows che incorporava i primi concetti di wing car. Le
cose si complicarono per via delle forze G laterali e frontali. L’epoca dei
turbo rappresentò un’ulteriore aggravamento della situazione perché quei
motori erogavano la potenza in maniera molto sgraziata e non erano affatto
facili da guidare. Un problema costante all’epoca era rappresentato dal carico
di benzina al via, che con il Cosworth era attorno ai 180 litri, ma con le Alfa
Romeo del 1984-85 saliva a 240! Con quel peso la monoposto diventava quasi un
camion da guidare, mentre al giorno d’oggi quando si parte per 2 o 3 soste si
imbarcano 60-70 litri e, grazie al fatto che i comandi sono tutti servoassistiti,
non si fa più fatica a girare il volante. La filosofia di gara era poi diversa,
visto che bisognava preservare freni, gomme, motore…, era molto complicato dal
punto di vista mentale. Oggi i piloti devono dare il 100%, sempre, corrono come
se fossero in qualifica e non si devono preoccupare d’altro: sterzare e
frenare, il resto lo fa tutto l’auto. Dalla fine degli anni ’70 fino
all’arrivo del cambio automatico invece bisognava stare molto attenti alle
cambiate perché si poteva rompere il motore, oppure si poteva subire un
sorpasso se una marcia non entrava…, non tutti erano in grado di guidare una
F.1. Un pilota di una formula minore non veniva nemmeno preso in considerazione
per essere messo in una F.1 se non presentava delle caratteristiche tali che
facessero prevedere che poteva essere un campione. Oggi si può prendere
chiunque e lo si mette su di una F.1: grossi danni non li può fare: i motori
non si rompono per errori di guida, bisogna solo stare attenti a non finire
fuori strada, ma è un problema superato: c’è la centralina che controlla
l’erogazione di potenza, fattore che prima faceva la differenza”. Attualmente
lo spettacolo ne risente? “Ma
no, secondo me lo spettacolo c’è! Quest’anno, il mondiale è stato
combattuto, parecchi piloti si sono dati battaglia. Poi c’è stata la gara di
Silverstone piena di sorpassi e colpi di scena. Io potrei dire ‘ah, ai miei
tempi era tutto più bello’, in realtà c’erano Gp senza sorpassi e periodi
in cui una scuderia dominava e di spettacolo ce n’era ben poco: penso alla
McLaren del 1988 o, andando più indietro, agli anni di Ragazzoni e Lauda in
Ferrari. Non sono così drastico nel dire che al giorno d’oggi non c’è
spettacolo, finchè c’è una buona varietà di piloti e team che si giocano il
titolo lasciando il tutto in sospeso fino all’ultima gara io mi diverto. Certo,
sono due modi diversi di correre, oggi è più semplice per tutti guidare, ma i
valori sono rispettati. Uno che va forte ora sarebbe andato forte anche ai miei
tempi e viceversa”. Forse
ora è tutto un po’ prevedibile. I circuiti sono conosciuti a forza di test,
fino agli anni ’90 c’erano i circuiti cittadini… “Era
solo un fattore di difficoltà in più, Piquet non amava i cittadini ma è
diventato tre volte campione del mondo. Quello che è cambiato è il rischio: se
quarant’anni fa il rischio nel pilotare una F.1 era altissimo, oggi è minimo.
Intendiamoci, è un bene che la sicurezza sia aumentata, ma secondo me i piloti
di F.1 non si divertono, ad esempio, di vent’anni fa; perché all’epoca
c’era una sfida nella sfida rappresentata dall’affrontare curve storiche che
oggi non esistono più. A Monza c’erano le due di Lesmo. Per andare forte a
Lesmo dovevi fare la seconda di Lesmo in 5°, non c’erano scuse, ora invece si
fa in terza, dopo una bella frenata. Per valutare la bravura dei piloti ci si
metteva a Lesmo, e si tendeva l’orecchio per sentire chi teneva giù il piede
e chi lo tirava su. Un piacere per gli spettatori e per i piloti: quanti
potevano dire di riuscire a fare le due curve dopo i box del vecchio circuito di
Interlagos in sesta piena a 280 km/h, senza alzare il piede con un’auto degli
anni ’70? Dove si trova, oggi, una curva così? Se una volta i piloti erano i
“cavalieri del rischio” ora sono “impiegati del rischio”, sanno che
qualsiasi cosa accada, al 99% escono integri”. Con
l’elettronica quali sono stati i campi in cui ha avuto il sopravvento? “Prima
la telemetria, poi il cambio, quindi il controllo della trazione e, in maniera
ancora più spinta, la gestione delle sospensioni, per culminare nella Williams
del ’92-‘93”. Quelle
Williams erano il punto massimo dell’automazione in F.1. Non ti sentivi un po’
privato delle tue qualità di pilota? “Sinceramente
no, è vero, al pari della F.1 attuale, erano molto più semplici da guidare, il
che consentiva e consente a un numero maggiore di piloti
di guidare delle F.1, però non mi sentivo privato delle mie qualità,
forse perché avendo guidato le monoposto più ‘primitive’ sapevo che potevo
accostarmi a qualsiasi F.1. Non mi ha dato fastidio; un vantaggio di quel tipo
mi faceva piacere. In particolare le sospensioni attive, che moltiplicavano
l’aderenza delle vetture: nel ’92 dominammo il campionato”. Qual
è stata la vettura che ti ha dato più soddisfazioni come piacere di guida? “Due: la Brabham 49D, quella con cui vinsi il mio primo Gp a Montecarlo nel 1982, poi la Williams FW14 del 1991, senza sospensioni attive, che dal punto di vista del piacere della guida era migliore rispetto alla ‘attiva’ del ‘92”. Thanks to Carlo Fiorentini
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